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Le cellule beta

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune caratterizzata dalla perdita progressiva e irreversibile delle cellule beta.1,2
Questo processo si articola in diverse fasi:

  • a. In individui geneticamente suscettibili, le cellule beta sono sottoposte a stress in presenza di fattori ambientali, con conseguente rilascio di autoantigeni derivati dalle cellule beta.2
    b. Gli autoantigeni vengono quindi captati, processati e presentati dalle cellule presentanti l’antigene (APC), in particolare dalle cellule dendritiche, e presentati tramite molecole HLA di classe II ai linfociti T CD4+ naïve nei linfonodi periferici.2
     
  • A questo livello, i linfociti T CD4+ vengono attivati e rilasciano citochine (tra cui IL-2, IFN-γ e IL-4); contestualmente, un difetto funzionale delle cellule T regolatorie ne compromette la capacità di sopprimere efficacemente la risposta autoimmune.2
     
  • Il rilascio di citochine promuove l’attivazione e l’espansione di linfociti T CD8+ autoreattivi, i quali riconoscono peptidi autoantigenici presentati da molecole HLA di classe I.2
     
  • I linfociti T CD8+ attivati migrano quindi verso le isole pancreatiche, dove rilasciano molecole citotossiche, come granzimi e perforina, determinando la lisi e la progressiva distruzione delle cellule beta.2
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Elaborazione grafica da Figura 1, Rif.2 

La funzionalità residua delle cellule beta ha un impatto misurabile in termini di burden di malattia nel lungo termine e sulla vita del paziente con diabete di tipo 1 autoimmune.3
Una maggior funzionalità residua delle cellule beta, anche se limitata, può migliorare significativamente il decorso clinico del diabete di tipo 1 autoimmune; in questo contesto il peptide C, secreto dalle cellule beta, rappresenta una misura diretta, quantitativa e affidabile della funzionalità delle cellule beta.4,5

  • Nel T1D autoimmune sintomatico, una funzionalità delle cellule beta clinicamente significativa è indicata da un livello di peptide C>0,2 pmol/mL;4
  • ma è possibile osservare outcome clinici migliori anche con livelli di peptide C>0,03 pmol/mL (soglia di rilevazione).4

1. Migliore controllo glicemico
Sono stati osservati parametri di controllo glicemico significativamente migliori in individui con un’attività residua delle cellule beta maggiore, rispetto a quelli con attività minore, usando come indicatore i livelli di C-peptide.6-8
In particolare, una maggiore funzionalità residua delle cellule beta è correlata a:3

L’incidenza di ipoglicemia severa è associata significativamente con il livello di funzionalità residua delle cellule beta, come indicato dal livello di peptide C.†,8

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Elaborazione grafica da dati testuali, Rif.8

Studio della coorte DCCT/EDIC (Diabetes Control and Complications Trial/Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications) con durata media del T1D di ~35 anni.8 Valutazione delle concentrazioni di peptide C, misurate in 9 momenti durante un MMTT della durata di 4 ore, classificando i partecipanti come non-responder (con tutti i valori di peptide C <0,003 nmol/L, il limite inferiore di rilevabilità per questo test) rispetto a 3 categorie di responder in base alla concentrazione di picco del peptide C dopo lo stimolo come alta (>0,2 nmol/L), intermedia (>0,03 a ≤0,2 nmol/L) e bassa (≥0,003 a ≤0,03 nmol/L).8 ‡Qualsiasi episodio di ipoglicemia che richieda assistenza.8 §Basato sul Cochran-Armitage trend test.8

2. Minore probabilità di DKA
Pazienti con maggiore vs minore attività residua delle cellule beta hanno probabilità significativamente minore di andare incontro a DKA sia al tempo della diagnosi, che 12 mesi dopo la diagnosi.||,9

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Elaborazione grafica da Figura 1, Rif.9

||Studio prospettico, osservazionale, di coorte su 275 bambini con nuova diagnosi di T1D, condotto in 18 centri in Europa e Giappone, volto a valutare i predittori della funzione residua delle cellule beta e del controllo glicemico nei primi 12 mesi dopo la diagnosi.9 Sono stati analizzati i livelli di HbA1c, gli anticorpi, la tipizzazione HLA e i livelli di peptide C dopo stimolazione da un pasto misto a 1, 6 e 12 mesi dalla diagnosi.9 La chetoacidosi diabetica (DKA) con bicarbonato standard <15 mmol/L è risultata associata a una funzione residua delle cellule beta significativamente peggiore a 1 mese (p=0,004) e a 12 mesi (p=0,0003) dalla diagnosi.9

3. Ridotto rischio di complicanze
Pazienti con attività di cellule beta residua maggiore rispetto a quelli con attività residua minore, hanno minor rischio di complicanze come:
 

Il collegamento tra l’attività delle cellule beta e gli outcome clinici offre un razionale pratico e solido per il monitoraggio della funzione delle cellule beta durante la gestione del diabete autoimmune di tipo 1.4,5


L’importanza del monitoraggio

È necessario un monitoraggio regolare per valutare la progressione della malattia, nelle sue fasi presintomatiche, prima dell'esordio clinico.13,14
Eseguire il corretto monitoraggio è fondamentale per:

  • prevenire complicanze future come la chetoacidosi diabetica (DKA) e ridurre il rischio di accesso ai servizi di emergenza o di ospedalizzazione;13,14
  • seguire con costanza le indicazioni del medico, sia nella fase presintomatica che in quella sintomatica, è fondamentale per monitorare l’evoluzione della malattia e definire la terapia più adeguata;13,14
  • favorire la consapevolezza dei segni e dei sintomi del diabete. Il monitoraggio accompagna il paziente e i suoi familiari verso la diagnosi ufficiale e l'eventuale avvio della terapia insulinica. Questo può ridurre lo shock alla diagnosi.13,14

Acronimi

APC: cellule presentanti l’antigene; DCCT: Diabetes Control and Complications Trial; DKA: chetoacidosi diabetica; EDIC: Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications (studio di follow‑up del DCCT); HbA1c: emoglobina glicata; HLA: antigene leucocitario umano; IFN-γ: interferone gamma; IL: interleuchina; MMTT: Mixed-Meal Tolerance Test; T1D: diabete di tipo 1.

Bibliografia

  1. Ozen G, et al. Int J Endocrinol. 2020;2020:2630827.
  2. Houeiss P, et al. Front Endocrinol (Lausanne). 2022;13:933965.
  3. Snethlage CMF, et al. Diabetes Care. 2024;47(7):1114-1121.
  4. Flatt AJS, et al. Ann N Y Acad Sci. 2021;1495(1):40-54.
  5. Latres E, et al. Diabetes. 2024;73(6):823-833.
  6. Sørensen JS, et al. Diabetes Care. 2013;36(11):3454-3459.
  7. Steffes MW, et al. Diabetes Care. 2003;26(3):832-836.
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  9. Mortensen HB, et al. Pediatr Diabetes. 2010;11(4):218-226.
  10. Lachin JM, et al. Diabetes. 2014;63(2):739-748.
  11. Ryk A, et al. Int J Mol Sci. 2020;21(24):9723.
  12. Chen J, et al. Front Endocrinol (Lausanne). 2023;14:1256093.
  13. Phillip M, et al. Diabetes Care. 2024;47(8):1276-1298.
  14. Moore DJ, et al. Int J Gen Med. 2024;17:3003-3014.

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